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Editoriali
Il rock, la leggenda e...i concorsi
Written by Piero   
Wednesday, 09 July 2008 01:00
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Stavo ascoltando Sorry Ma, forgot to take out the trash, il primo disco dei Replacements, una band r'n'r di Minneapolis che negli '80 incideva dischi indipendenti e che nel giro di alcuni anni riuscì a distribuire alcuni album per una major: uno dei più conosciuti fu senz'altro Pleased to meet you, già ben distribuito. Poi, i Replacements fecero ancora alcuni Lp, riuscirono a farsi un po' di popolarità in più con una canzone inserita su Singles (ve lo ricordate il film che accompagnò l'onda grunge durante i primi anni '90?), e poi scomparvero. Pochi, forse soltanto gli appassionati dell'indie rock anni '80 oppure chi c'era allora, si ricorda di Hootenanny, Let it be oppure Tim. Bei dischi, ve li consiglio se siete dei rockettari, se non altro ti dimostrano che negli '80, gli anni della new wave e delle tastiere, c'era ancora chi suonava del buon sano rock'n'roll direttamente dalla provincia americana. Nel caso dei Replacements, c'era un amico che credeva in loro e pagava i dischi, ma il quel periodo del rock americano non erano certo gli unici. La SST, l'etichetta che stampò i primi dischi del punk californiano era in mano agli stessi Black Flag, che facevano saltare per aria i centri sociali di Los Angeles, e spaventavano i vicini. Oppure chi si ricorda dei Meat Puppets? Pensate che tutte e tre le canzoni, Plateau, Oh me, e Lake of fire, che Kurt Cobain propose nell'unplugged dei Nirvana del '93, contribuendo a rendere celebri i Puppets, provenivano dal loro secondo disco Meat Puppets II, targato 1984. Incredibile, se non fosse stato per Cobain, nessuno avrebbe mai scoperto quelle canzoni, che in seguito tutti quanti abbiamo imparato a strimpellare con la chitarra. Anzi, forse non avrebbe spinto nessuno ad andare a scoprire certi dischi quali Mirage, Up on the hills, dove il trio dell'Arizona combinava il country con il progressive, e con la canzone pop dimostrando pure una grande perizia nel suonare gli strumenti. Ve li consiglio, quei dischi, se avete voglia di ascoltare suoni nuovi tutt'oggi. Come vi consiglio di comprarvi via e-Bay Babylon's Burning, from punk to grunge, il libro di Clinton Heylon sulla storia del rock dal punk al grunge: naturalmente, dovete sapere l'inglese ma del resto se volete leggervi una buona storia del r'n'r non è male farsela raccontare da un reporter americano, che nel suo racconto, fra nomi, dischi, antefatti, gossip, ti mette dentro tutto lo humor della terra che il rock lo ha generato. Comunque, tornando a noi, chissà quanti dischi e canzoni sono rimasti nell'underground e magari se fossero arrivati nel momento giusto avrebbero avuto un futuro diverso. Quanti di loro hanno influenzato artisti che sono poi diventati delle celebrità: penso ad esempio ai Minutemen che suonavano basso e chitarra come Jack Frusciante e Flea, molti anni prima che i R.H.C.P. nascessero? Oppure, che ne so, ai Lone Justice, che produssero dischi negli anni di Patty Smith, la poetessa di Chicago, ma che non raggiunsero mai la sua celebrità. Penso a quanti dischi hanno dovuto uscire, quante etichette sono nate e sono andate in fallimento, per generare un fenomeno come il grunge, il brip pop e tutti quei generi che nascono ogni giorno e alcuni di essi ha pure successo. E' tutta una questione di “incubazione”, che si muove morbida nel sottofondo e poi, presto o tardi, influenza qualcuno che ce la fa. Oggi, il fenomeno indie rock è diventato globale, nel senso che se trent'anni fa c'erano soltanto le locandine, oggi c'è la rete, la possibilità di mettere in piedi un contatto, trovare i dischi che si vuole. Ogni gruppo può muoversi autonomamente, poi in realtà la sostanza non è cambiata da allora: se un musicista vuole farsi strada, non deve porsi confini perché la musica è un “investimento su non si sa”, ma soprattutto non deve pensare che l'interfacciarsi con la rete sia
 
Ritorno all'umiltà
Written by Paolo   
Tuesday, 08 April 2008 01:00
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Perché suoni?“Non avevamo soldi” una frase che in diverse varianti si può leggere in quasi tutte le autobiografie di musicisti. Gente che all'inizio della loro carriera – e oltre... – con qualche centesimo in tasca riusciva a fare tutto, o meglio: la loro musica aveva la precedenza sul resto e così magari i pasti saltavano ma non i concerti. L'importante era riuscire a suonare. Qualcuno potrebbe obiettare che gli avvenimenti dei musicisti squattrinati si riferiscono ad un epoca particolare – i mitici anni Sessanta e Settanta, per esempio – che nulla ha a che fare coi giorni che ci vedono protagonisti: non è così. Ci sono musicisti che ancora oggi danno la precedenza alla musica e non alla moneta. Artisti talmente onesti che, dopo un concerto con pochi spettatori, rifiutano persino i loro compensi. Mi riferisco a persone che fanno il musicista nella vita, musicisti di professione che suonano per vivere, che fanno concerti in Europa e in diverse altre parti del mondo, privi di famiglia benestante con nessun altra attività oltre alla musica. Suonano per il gusto di suonare, per la passione che brucia ancora i loro animi, e in qualche occasione lo fanno solo per un letto, un pasto e il costo del biglietto per raggiungere il luogo dove terranno il prossimo concerto. Questa loro sensibilità non si limita qui. Per restare nel “nostro orto” sarà sufficiente dare un'occhiata a quanti hanno risposto all'appello lanciato dall'Hybrida. Musicisti che non sono rimasti impassibili di fronte a quanto è accaduto al circolo ARCI e si sono attivati in prima persona per aiutare i ragazzi di Tarcento. Sensibilità, senso di appartenenza, solidarietà questi sono i valori che mi vengono in mente di fronte a tutto questo. Dunque non si tratta di “altri tempi”, poi sono fermamente convinto che il tempo migliore è quello che viviamo ma sta a noi renderlo tale... Giungo quindi ad una amara riflessione: spesso i musicisti meno interessati ai soldi sono stranieri e autori di musica fuori dai generi commerciali, a dire il vero anche loro sono parecchio fuori... Di certo non intendo generalizzare, le eccezioni in regione non mancano, basta navigare su internet e vedere le tappe di questo e quel gruppo e leggere le operazioni che mettono in piedi in giro per il Pianeta. Per quanto ne so, però, la maggioranza dei musicisti nostrani preferisce concentrarsi sull'aspetto economico, ed in generale è meno pronta a fare le valige se non ci sono garanzie. La maggioranza è più intenta a cercare i finanziamenti e le giuste retribuzioni piuttosto che vivere in pieno la performance. Mi pare che rispetto ai loro colleghi stranieri una parte dei “nostri” abbia perso il gusto del rischio. Dunque vengono meno una serie di incontri, situazioni ed esperienze che altrimenti non si potrebbero trovare o creare nel “guscio sicuro”. Uscire, suonare in diversi contesti, confrontarsi con altre realtà è un'esperienza talmente arricchente sul piano artistico e umano che soprattutto l'egoista non dovrebbe lasciarsi sfuggire. Mi torna in mente la canzone del mitico Gaber che recita: “c'è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l'unica salvezza”. A questo punto credo sia superfluo dire che sono un estimatore dei musicisti di strada. Quelli che suonano a cappello vagando senza meta. Qui siamo in vetta al rischio: oltre non è possibile. Musicisti così li riconosci anche se suonano alla Fenice: hanno un approccio diverso con il pubblico, un modo particolare di stabilire il contatto. Quando suoni per gente che non è lì per te, che ti passa davanti di fretta e riesci anche per un solo istante a fermare qualcuno che magari è uscito per andare in posta, o chissà per cosa passava di là... beh, se sei riuscito a fermarlo allora è fatta... In strada ci sei tu e ci sono loro (i potenziali spettatori) che ti passano davanti per 1000 motivi diversi e di sicuro non sono usciti di casa o da chissà dove per venire ad ascoltarti. Il tuo concerto non è in p
 
Blues dai cuei forever
Written by Blues Club 356   
Saturday, 16 February 2008 01:00
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Non si è ancora spento del tutto il BANG ultrasonico del concerto allo Zoo di Udine (12 gennaio) sponsorizzato da Radio Onde Furlane, con protagonisti alcuni personaggi ormai ben conosciuti nel giro dell’underground friulano: Fabian Riz Trio da Brazzano di Cormons, Pit Ryan & Mad Men Blues da Corno di Rosazzo, Pantan da Gorizia, Raff BB Lazzara da Cormons e Loris Vescul da Trivignano, tutti nomi di spicco dell’etichetta Musiche Furlane Fuarte. Da anni si è consolidato un affezionatissimo zoccolo duro di amici, parenti e affini che li segue ovunque e ne conosce a memoria le epiche gesta, orientato dalla vox populi, dalle cronache radio di via Volturno o da volantinaggi più o meno rivendicati, per non parlare dei puntuali e precisi articoli di Mauro Missana o Andrea Ioime, il cui operato già degno di lode diventa addirittura fenomenale se paragonato all’inerzia o alla malafede dei blasonati colleghi del settore carta stampata, o in generale della pubblica (dis)informazione. Cose già dette e già viste. La buona musica affiora solo in poche miracolose occasioni, soffocata e avvilita dall’incredibile melassa che straborda e tracima impunita dai regi teleschermi nazionali, e non pare migliore la proposta di una TV regionale che definire surreale suona come un insulto agli autentici artisti surreali: spot incomprensibili, deprimenti cronache quasi sportive, solenni interviste a emeriti sconosciuti, pubblicità a go-go di padelle, pancere e articoli sanitari. Dulcis in fundo, una colonna sonora da manicomio criminale. Un blob che ci allieta tutto il santo giorno e ci guida verso il sol dell’avvenire, futuro oggetto di studio dei sociologi di domani (se ci sarà un domani). Niente a che vedere col blues collinare, un patrimonio di tutti ma conosciuto da pochi, una musica vera, onesta e libertaria che sgorga dal fango e dal sudore della frontiera orientale, la nostra frontiera che ci è stata ormai incisa in testa e nella carne come un tatuaggio profondo, nel bene e nel male. Aldilà dei ribaltoni storici e dei mutamenti climatici e culturali. E’ imbarazzante parlare di un movimento oggi quasi di moda, per quanto effimera, che intanto si gode questo fuggevole momento di gloria prima di sprofondare di nuovo nei bassifondi caldi e bui da cui proviene, in cui si è probabile si trovi più a suo agio. I bluesmen hanno inventato senza volere una musica meravigliosa proprio (e anche) per sfogare le amarezze di una vita grama e squattrinata, dove per far festa bastava una armonica sfiatata o una chitarra scassata, e una bottiglia di alcool da quattro soldi era più o meno alla portata di tutti, come adesso. Si potrebbe disquisire all’infinito sull’influenza esercitata da questo genio generoso e malefico: l’alcool è sempre stato una importante fonte di ispirazione e confusione, causa ed effetto dell’esperienza artistica come il dio Shiva induista è allo stesso tempo distruttore ed artefice, simbolo contraddittorio di ascetismo e scatenata sensualità. In compenso di vil denaro se ne vede poco, e questa è una delle le poche incrollabili certezze, ma in fondo perchè lamentarsi più di tanto? I Colli non abbondano di gente arricchita a forza di musica, anzi il primo che ce la fa avrebbe il dovere morale di offrire un giro a un numero indeterminato di generosi dopolavoristi e misconosciuti agitatori culturali, di umili operai del blues e infaticabili collezionisti di nicchia, di geni incompresi anche da se stessi, di fanatici amanti dell’arte disoccupati e preoccupati. Non inquadrabili e non inquadrati, senza orario e senza bandiera, condannati come tanti Kowalski ad una eterna in fuga in avanti verso un personale e indefinito Punto Zero. Ma non dimentichiamo che accanto e dietro ai bluesmen c’erano e ci sono anche le blueswomen, infaticabili femmine guerriere fonte di tormento e gioia rivoluzionaria, che forniscono senza paga un contributo oscuro e prezioso; prec
 
Caro cd...
Written by Enrico Molteni   
Thursday, 17 January 2008 01:00
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Quand'ero ragazzino la mia moneta era il compact disc. Comparavo tutto a quell'oggetto plasticoso pieno di musica con l'aiuto matematico e sorridente di mio padre. Ventimila lire equivalevano ad un cinema ed una pizza. Uno Swatch erano tre cd. Le Timberland erano cinque cd. Facendo la spesa con mia madre pensavo a quanti cd avrei potuto prendermi al posto della cena. L'auto dei miei valeva mille cd. Se fossi stato il capo di una nazione avrei imposto il cd come valuta, perché per me comprare un disco era l'emozione più grande. Più o meno con le mie paghette, il Natale e qualche regalo riuscivo a prenderne tre al mese, poi stavo ad ascoltarli e riascoltarli per settimane. Imparavo a memoria i testi. Trovavo gli accordi e cantavo le canzoni (il vocabolario d'inglese era sempre sul comodino). La mia tecnica preferita per rimorchiare era il "mixtape", niente funzionava come quella cassettina. Guardavo le foto nei libriccini e copiavo il look dei musicisti, non importava se loro stavano a Londra ed io a Maniago, Pordenone. Quando mi sentivo giù pensavo al prossimo disco che avrei comprato e mi tornava l'allegria. Non vi dico cos'è successo quando ho scoperto il vinile: sono uscito di testa. Era molto più bello del cd e il suono era più caldo.The Cure, The Smiths, The Jesus and Mary Chain, The Pastels, The Clash. Tutti quei "The" mi riempivano di gioia. Poi sono cresciuto e con me è cresciuta la mia collezione di dischi, una parete intera, tutti in ordine alfabetico. Quando qualcuno la vede mi guarda e pensa che sono pazzo. Io gli voglio bene a quella parete, c'è molto di me dentro. È quasi uno specchio. Oggi quando mi sento giù non c'è niente che mi tiri veramente su. Lo so che ci sono tante belle cose nella vita (si, lo so, sto un po' esagerando), ma per me non c'è niente di paragonabile a quell'emozione. Comprare un cd è diventato un gesto obsoleto, devi comprarne almeno cinque (se trovi un negozio vagamente fornito e con prezzi decenti). Oppure devi scaricare, ma devi scaricarne tantissimi in un giorno altrimenti non sei veramente figo. Poi gli MP3 suonano da schifo. Ma il problema non è tanto quello, ciò che mi manca è il tempo di ascoltare, la concentrazione. Sognare ad occhi chiusi, ad orecchie aperte. Immaginare che Lou Reed è lì in camera con te, che quello che dice lo dice a te e a nessun altro. Entrare nelle chitarre elettriche e sentire il respiro del batterista. Vorrei poter guardare di nuovo la mia parete di dischi negli occhi senza pensare che è solo un mucchio di plastica (è un mucchio di plastica, vero?). Vorrei poter fare di nuovo un "mixtape" ad una ragazza che mi piace, anche perché sono a corto di nuove tecniche, ma nessuno ha più il mangiacassette. Ah, già che ci sono, vorrei che i Pavement si riformassero. Mi manca tutto questo, e mi piacerebbe averlo indietro. A chi mi posso rivolgere?
 
Metal si, metal no
Written by Alberto   
Monday, 10 December 2007 01:00
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Cari Visitors di Musicologi.com, voglio innanzitutto ringraziare la redazione per l’onore che mi concede dandomi la possibilità di scrivere questo editoriale e al Ruzin che mi ha proposto l’idea. Una breve presentazione è d’obbligo. Mi chiamo Alberto “albi” Zannier e sono il “cantante” degli Slowmotion Apocalypse. Band che molti di voi non conosceranno, e tanto per chiarire, vi dico che suoniamo tamarri e fieri il caro metal estremo. Siete ancora lì? Ok... A quanto pare, da un paio d’anni a questa parte, il fermento metal in Friuli Venezia Giulia continua a crescere di giorno in giorno. Gruppi come Elvenking, Raintime, Revoltons, The Secret e i miei stessi Slowmotion Apocalypse, sono riusciti ad ottenere contratti discografici con etichette nazionali ed internazionali, hanno suonato in tutta l’Europa, in alcuni dei festival più prestigiosi a livello internazionale e stanno facendo da apripista ad un seguito di altre band che stanno spuntando come funghi. Gli ultimi a farsi notare sono stati gli udinesi Rumors Of Gehenna, che con un solo demo all’attivo sono riusciti a balzare agli onori della stampa nazionale di settore e ormai anche fuori regione si comincia a parlare di una vera e propria scena metal friulana. Degna del nostro plauso è la stampa locale che sta dando un amplissimo supporto ai gruppi ed alle varie iniziative. Solo nell’ultimo anno sono sorti ben tre festivals – Gods Of Halloween, Friûl In Metal, ed il recentissimo Death Crusade Festival – che hanno radunato centinaia di persone e si stanno trasformando in appuntamenti annuali attesissimi. Nomi come Testament e Sick Of It All non si sentivano da queste parti da parecchi anni, e si tenga presente che quella dei primi, lo scorso mese di luglio, è stata l’unica data in Italia. Insomma, le carte per parlare di un vero e proprio fenomeno in regione ci sono tutte. Com’è noto ai più, la cultura metal da sempre deve fare i conti con i pregiudizi di chi non ne apprezza suono ed immagine e soprattutto il fatto che l’intero movimento si sia sempre caratterizzato per una spiccata attitudine alla critica sociale e non solo. Una piaga per alcuni insomma, ed allo stesso tempo, una passione per altri, quando non addirittura una vera e propria occasione di realizzazione. Non si spaventino le mamme se i loro figlioli vogliono farsi crescere i capelli, vestirsi di nero e teschi e cominciano a manifestare uno strano tic che gli fa sbattere la testa su e giù mentre ascoltano della “musica” assordante. Recentemente, uno studio dell’università di Warwick nel Regno Unito ha dimostrato come tra gli appassionati di musica estrema ci siano gli studenti con il miglior rendimento. La ragione di questa peculiarità è stata identificata nella spiccata sensibilità degli stessi. Proprio per soddisfare l’esigenza di guardare oltre la superficialità del vivere contemporaneo, essi si avvicinano ad un genere antagonista che per sua natura è spesso diventato il veicolo di diffusione d’idee e messaggi tra i più eterogenei. Una pluralità di voci che ha contribuito alla longevità del genere, ormai trentennale, che ad oggi raggruppa una varietà di sottogeneri e scuole di pensiero tale da trascinare l’intero movimento fuori dai luoghi comuni – violenza, satanismo e affini - che in passato ne hanno contribuito alla stigmatizzazione. Il metal oggi, in Friuli in modo particolare, è un’autentica cultura che sta facendo emergere diversi talenti, specie a livello giovanile, e si rivela tutt’altro che controproducente. Lato ancor più apprezzabile del fenomeno in regione è la massiccia presenza femminile, in un contesto che spesso è stato di dominio maschile. Il pubblico medio è ancora composto per la maggior parte di truci maschioni, ma chi è stato ad un concerto metal in Friuli negli ultimi tempi si è certamente reso conto che di ragazze ce ne sono molte di più di quante eravamo abituati a vederne. E sono pure scatenate! Fin qui tutto fila liscio, ma come in tutte le favole ci sono anche i “
 
1977-2007: dopo 30'anni, la verità sul punk
Written by Edi Kermit Toffoli   
Monday, 05 November 2007 01:00
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Voi lettori di fanzines credete di sapere tutto sul punk del 77, vero? Pensate che tutto è già stato detto, vero? Invece vi sbagliate e ve lo dimostro: chi di voi conosce STEVE THANFO?La THANFO RECORDS? Nessuno! LO SAPEVO! Voi credete che il più importante manager del primo punk sia lo sfigato Malcom McLaren? Cazzate!Se non avesse incontrato i Sex Pistols non sarebbe nessuno! Le pagine fondamentali nella preistoria del punk le scrisse col sangue Steve Thanfo ed è ora che il mondo sappia. Steve Thanfo nacque nei sobborghi di Chelsea, figlio di una lavandaia e un mangiatore di spade. Le condizioni di estrema miseria in cui versava la sua famiglia gli impedirono di vivere un’infanzia normale: si nutriva di muschi e licheni raschiati dai tombini, suole di scarpa bollite e piccoli insetti; non aveva altri amici che i ratti scabbiosi del vicolo e i suoi coetanei erano i gatti randagi del quartiere. Imparò subito che per sopravvivere bisogna farsi furbi ed organizzò un piccolo spettacolo di ragni ammaestrati: somministrandogli piccole dosi di lsd per stimolarli, aveva insegnato loro a ballare e giocare a flipper ed ebbe un certo successo nelle bettole del porto finchè un giorno i ragni firmarono con David Bowie per il disco “Spiders from Mars”e lo abbandonarono senza preavviso. Si può già ravvisare, in questo primo evento importante della sua giovinezza, la traccia delle sue poliedriche intuizioni e del suo ingeneroso destino. Dopo i ragni si occupò di barboncini nani, piattole, un pitone asmatico, un suonatore con le ascelle e un trio di monaci tibetani che suonavano trombe di corno producendo orripilanti barriti, ma l’inizio della sua ascesa coincise con la nascita della Thanfo Records. Era la fine del 75 e Steve era negli Stati Uniti quando sentì in un locale di New York l’esibizione di un nuovo gruppo chiamato Ramones e ne rimase impressionato. Dopo il concerto parlò con loro e disse:”Ragazzi, la vostra musica è forte ma non potete presentarvi in pubblico con lo smoking. Date retta a me:dovreste indossare qualcosa di più sportivo, jeans e maglietta, giubbini di pelle!” Loro lo ringraziarono e quando Steve tornò a Londra decise di lavorare nel mondo del rock e fondò la sua etichetta discografica. I THIEVE$ furono il primo gruppo che mise sotto contratto ipotecando il set di spade del padre. Il nome del gruppo derivava dal fatto che durante il concerto derubavano gli spettatori e fuggivano nella notte lasciando al loro posto, sul palco, delle scimmie ammaestrate. Steve li istigava alla trasgressione, ingaggiò delle persone per tirare loro pietre in faccia mentre suonavano, una volta li fece pestare in un vicolo per fomentare la loro rabbia e li incoraggiò a trasmetterla nei testi. Nacquero così gli anthems “Vomiting pieces of turd”Stronz is the fucking life” e “Cazz Cazz Cazz”, che i Thieve$ incisero nel gennaio del 76, anticipando tutti. Steve li tenne alla catena; pane, lsd e cipolla per una settimana: quando entrarono in studio erano delle belve furibonde e stabilirono un record registrando un disco di 6 minuti in 3’45” netti, dopodichè devastarono lo studio, massacrarono il fonico e la sua famiglia mangiandone i cuori ancora pulsanti e si suicidarono. Il 7” uscì in 1000 copie ma nessuno poté sentirle perché tutti i vinile erano trafitti da chiodi arrugginiti. Il gruppo delle scimmie, invece, firmò per la CBS ed ebbe un successo strepitoso in Malesia. Tale era la grandezza del personaggio, tale lo spessore del suo progetto che tutto venne sacrificato all’estetica della ribellione agli schemi. Imparate, o meschini contemporanei! In Seguito alla risonanza di questi avvenimenti la Thanfo trattò con i DAMNED ma al momento di firmare il contratto la penna non scriveva e così non se ne fece nulla. Quando ingaggiò i CLASH andò via la luce mentre firmavano, così la firma finì erroneamente su un contratto della Columbia che era lì sulla scrivania per caso e l’occasione sfumò. Poi ci furono i STUP
 
La musica indipendente e il nuovo artista rock
Written by Piero   
Wednesday, 03 October 2007 01:00
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John Sellers. Se cercate questo nome su google, ne troverete diversi di John Sellers: dall'attivista impegnato all'astronauta. Ma il John Sellers che intendo in questo momento è un reporter musicale americano, attivo sulle pagine di Time Out New York, The Believer, GQ, Spin, The Atlantic Monthly, e pure sul New York Times. Nel 2007 ha pubblicato un libro che si chiama Perfect from now on. Io l'ho comprato lo scorso luglio in una libreria di Oakland, a San Francisco, durante le mie ferie trascorse negli Stati Uniti a percorrere la Route '66 Los Angeles-Chicago. Comunque, venendo a Perfect from now on, è un libro che racconta la storia di un giovane nato nell'America (Michigan mi sembra) degli anni '70 e della sua fervente passione per l'indie rock. Immaginatevi uno di quelli che rifuggivano le passioni del padre per Dylan o per il boss, un libro in cui la generazione hippie non viene neanche considerata, e dove invece la storia della musica “che vale la pena di ascoltare” inizia con il dopo-punk. Ian Curtis e i suoi Joy Division, ma anche i successori New Order sono i primi miti del nostro protagonista: la voce di Ian, la sua profondità, la sua tragica fine, non ultimo il fatto che le canzoni sono molto semplici da imparare con la chitarra. Eredità punk, no? “Here is a chord, here is another chord: now you can form a band”. Un racconto interessante per ragionare sulla musica indipendente, e sul fatto che oggi siano molti di più i dischi indipendenti che arrivano nelle nostre collezioni rispetto al passato. I motivi si intuiscono: lo sviluppo di tante realtà indipendenti che realizzano e distribuiscono i loro dischi, la possibilità di scaricare musica gratuitamente, il fatto che le stesse pubblicazioni indipendenti siano rintracciabili nei negozi, quando un tempo esse erano forse soltanto materiale che circolava tra gli adepti più ristretti ad una determinata scena rock. Ma fra le righe di Sellers è pure interessante notare come cambi, verso il nuovo millennio, la concezione dell'artista rock. Chi lo sa, negli anni '60, con la rivolta contro la guerra del Vietnam e il gap generazionale, il “peace&love”, l'artista forse era ancora una sorta di salvatore del mondo, insomma, quello che apriva le coscienze. Con il punk, diventava forse la controfigura del precedente, quello che, deluso da come erano andate le cose, spaccava fuori tutto e professava l'anarchia e l'autodistruzione. L'artista indie, delineato dallo stesso Sellers, è invece l'uomo comune. Addirittura, il buon Sellers è capace di smontare perfino Kurt Cobain: troppa attenzione attorno a lui, troppo mitizzazione, troppo debole, addirittura. Meglio uno Stephen Malkmus che con i suoi Pavement si presentava come un “gruppo di sfigati”. Per non parlare dell'ardente passione del nostro Sellers verso Robert Pollard e i suoi Guided By Voices. Pollard, quello che lavora come insegnante di scuola elementare e nel tempo libero si diletta a suonare le sue canzoncine con suo fratello e con i suoi amici (siamo alla fine degli anni '80). Poi un giorno, riescono a vendere 100 mila copie, allora possono cominciare a considerare il loro hobby anche come una sorta di lavoro. Canzoni scritte e registrate in casa, tanto a rendere conto di come il “do it by yourself” si stia globalizzando pure lui: ora, non c'è necessariamente bisogno di registrare in uno studio super-tecnologico per avere un buon disco da vendere: noi ascoltatori, come hanno dimostrato i White Stripes, ascoltiamo volentieri anche una registrazione di bassa qualità, tanto più che ormai, anche per i grandi della musica, per cui si spende in studi di registrazione, le nostre orecchie si stanno abituando anche ai suoni spesso iper compressi degli Mp3. E poi, nella musica indipendente, è anche una questione “etica”: un po come facevano più di 20'anni fa i Beat Happening, che i loro dischi li registravano in cucina con una chitarra acus
 
E tu, che lavoro fai?
Written by Lorenzo   
Tuesday, 17 July 2007 01:00
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C’era una volta un musicista… Bel lavoro, fare il musicista! Suoni e fai casino sul palco, stai con i fans fino a tardi, vai a cena spesato dall’organizzazione, l’autista ti accompagna alla prossima tappa della tournée, di giorno dormi o visiti le città o scrivi la strofa di qualche canzone… Vi è piaciuta la storiella? Chi fra di voi fa il musicista di professione avrà subito capito che si tratta di una realtà che vale per pochi, pochissimi artisti. La giornata tipo di un musicista comincia di solito con la preoccupazione del conto bancario: i più fortunati hanno una famiglia alle spalle, chi è indipendente è quasi sempre in bolletta... Non che i concerti siano pagati poco in valore assoluto: un musicista con un minimo di esperienza e un po’ conosciuto non ha problemi a rifiutare le date in cui il compenso è inferiore ai 100 Euro netti (che, per inciso, costeranno non meno di 165 Euro all’organizzatore). Per suonare due ore, mica male: 50 Euro all’ora!! Peccato aver speso quei 10 Euro di benzina e 5 di autostrada, vabbè dài, sono sempre 85. E le 2 ore di viaggio sarebbero da sommare a 1 ora di montaggio palco, quindi con le 2 ore di spettacolo il totale è 5, 85 diviso 5 = 17 euro l’ora… che è ancora un’ottima paga, peccato che porta sfiga. Per fortuna che il gestore del locale ha offerto la cena, non succede mica sempre! Ah sì, mi dimenticavo delle prove, sono 2 ore con 5 Euro della quota di noleggio della sala e 5 di benzina, 1 ora per arrivarci. Allora gli 85 diventano 75, le ore totali sono 8, 75 diviso 8 fa 9,375… insomma mi pare che mi cugino prende di più a dare ripetizioni di matematica ai ragazzi delle medie! Se aggiungiamo che uno strumento musicale serio raramente costa meno di 500 Euro, che per promuoversi bisogna fare il CD o gli mp3 da mettere sul sito (e gli studi di registrazione si fanno pagare adeguatamente), che il telefono e i viaggi per fissare le date non sono gratis, fare il musicista NON CONVIENE AFFATTO! Eppure centinaia di persone continuano a farlo, magari relegandolo a secondo lavoro o integrando la loro “paga” come possono (facendo i tecnici del suono, gli insegnanti, ecc.) o proprio considerando la musica un semplice hobby. Ma sapete una cosa? Non sono i pochi soldi a scoraggiare le persone dal fare i musicisti, in fondo si può chiedere di più (se si è bravi) e si può addirittura vivere di sola gloria (se si hanno altre fonti di reddito). No, i musicisti si sentono frustrati solo quando si accorgono di quanto lavoro “non musicale” debbano caricarsi sulle spalle. Mi riferisco alla burocrazia, che con norme specifiche (e spesso obsolete) riescono a far desistere anche i musicisti più ligi e volenterosi dall’idea di intraprendere seriamente un’attività lavorativa musicale. 1. “Ho scritto un brano. E se me lo rubano? Lo deposito alla SIAE… ma che barba!” Una delle cose di cui molti musicisti si lamentano è l’obbligo di dover allegare la partitura completa al momento del deposito. Per un brano pop, un bravo trascrittore ci mette almeno un’ora e mezza, seguita da una decina di minuti di compilazione, da una simpatica coda in posta con in più il costo della relativa raccomandata.. A QUANDO IL DEPOSITO DI MP3 PER VIA TELEMATICA? 2. “Voglio autoprodurmi un disco. Aspetta che mi pago!” Vista la disponibilità di sistemi di registrazione sempre più economici, registrare e stampare un CD è ormai alla portata di tutti… Peccato che l’autoproduzione non sia prevista dai regolamenti SIAE e quindi, oltre a dover produrre tutta la documentazione, tocca anche versare i diritti d’autore, naturalmente alla SIAE, che torneranno indietro (visto che il produttore è anche l’autore) dopo circa un anno, alleggeriti dalle trattenute operate dalla SIAE con il suo complesso sistema di distribuzione dei diritti maturati. A QUANDO L’ESONERO DAI DIRITTI SIAE PER LE AUTOPRODUZIONI? 3. “La pensione ce l’ho già, non me ne serve un’altra!” Chi è più aggiornato saprà che l’obbligo del versamento dei contri
 
Una visita alla Sub Pop, Seattle, USA
Written by Tony Bliss infection   
Monday, 28 May 2007 01:00
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“Nel settembre 2002, terminata la demo autoprodotta, siamo partiti alla volta di Seattle in cerca di un’etichetta discografica. La prima settimana l’abbiamo passata a Portland, nello Stato dell’Oregon, in compagnia delle “Helen’s Ash”, band femminile di stampo alternativo. Girovagando con uno zaino in spalla e senza la certezza di trovare un posto dove buttare le ossa a riposare la sera, durante quei primi sette giorni abbiamo camminato in continuazione per distribuire la nostra demo in varie etichette indipendenti (Aesthetics Record, Cravedog Records, Hush Records, Tim Kerr Records, Beta-Lactam Ring Records, Cavity Search Records, ecc) e radio locali (KNRH, KUFO, ecc) . Il riscontro è stato positivo fin da subito. La gente della West Coast è estremamente cordiale e non è un luogo comune affermare che “vanno pazzi per gli Italiani”. Amano la nostra terra in modo imbarazzante. La nostra origine ci ha facilitato l’entrata in certi ambienti e, anche laddove ci saremmo aspettati ritrosia e diffidenza, siamo stati accolti con una grande apertura mentale. Da Portland abbiamo preso un treno della famosa Amtrak, che passava attraverso le infinite foreste dell’Oregon, dove sono stati girati la prima puntata di “X-Files”, “Twin Peaks” e i”Goonies”… un’esperienza unica! Naturalmente anche il cameriere del bar all’interno del vagone-ristorante conosceva a menadito tutta una serie di città d’Arte italiane e ha insistito affinché facessimo colazione con cappuccino e una specie di cornetto… A Seattle abbiamo alloggiato in uno squallido motel, che con nostra sorpresa si trovava esattamente di fronte al locale “Crocodile Cafè” dove nei primi anni ’90 si esibirono gruppi storici della scena giunge come Nirvana, Sound Garden, Alice in Chains, ecc… l’ambiente, l’atmosfera e le strade davano una sensazione di profonda malinconia, perché il cielo era plumbeo e una leggera pioggerella è caduta per tutto il tempo che eravamo lì. Nella seconda settimana trascorsa a Seattle abbiamo iniziato un’estenuante girovagare in cerca di qualsiasi cosa assomigliasse a una casa discografica o, nel caso di persone, a produttori o componenti di gruppi. Durante la ricerca di case discografiche (Suicide Squeeze Records, Poplama Records, Vast Records, ecc) con nostra grande sorpresa, ci siamo imbattuti nella sede della “Sub Pop”, storica casa discografica di Nirvana, Mudhoney, Tad, ecc… che, vista dall’esterno, poteva assomigliare a un negozio, a un loft iperfuturista, addirittura a un’astronave, ma assolutamente non al Tempio del Grunge!!! Nonostante sulla porta ci fosse la scritta a caratteri cubitali “No solicitous!”, cioè “Non venite a rompere le palle”, muniti della faccia più tosta del mondo, come se Jonathan Poneman fosse il nostro migliore amico, abbiamo spalancato la porta e siamo entrati. Contro ogni nostro pronostico siamo stati accolti anche troppo bene. Il segretario che ci ha accolto inizialmente, alla scoperta delle nostre origini ci ha guardato in tralice. Ci ha quindi chiesto da che parte d’Italia arrivassimo. Tony gli ha risposto che venivano dalle parti di Venezia. E il “Sub Pop- Man: “Ok, ma da dove esattamente?” Tony non capiva, ma cercava di dargli delle connotazioni abbastanza generiche, visto e considerato che Gorizia è una provincia: “Diciamo vicino a Trieste, hai presente?” “Sì che ho presente Trieste, ma qual è esattamente la vostra città?” A quel punto Tony gli ha risposto chiaramente: “Si chiama Gorizia, ma è piccola…” “Aaaaah! Gorizia?! La città col castello? La conosco! Sono stato anche lì e poi sono passato per Cividale del Friuli per comprare il vino!”. Alché, mentre Tony cercava di riaversi dallo sconvolgimento interiore, L.A. gli rifilava prontamente il cd dei Bliss! Dopo qualche scambio di battute tra noi, il segretario e altri personaggi della casa discografica, ci siamo salutati, dopo aver lasciato il numero di telefono della stanza del motel. Tre giorni dopo ci hanno richiamato e ci hanno detto che la demo er
 
Percorso musicale, saltando di palo in frasca
Written by Arrigo Cabai - Stayer   
Tuesday, 17 April 2007 01:00
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Colgo l’invito della redazione di Musicologi per riempire questo spazio con divagazioni musicali un po’ incongrue, sull’onda degli ascolti più recenti e significativi, e comincio quindi questa esposizione soggettiva con una considerazione ripresa da Stefano Isidoro Bianchi nelle pagine dell’ultimo Blow Up: “mi trovo a riflettere su come molti dei dischi migliori che ho ascoltato negli ultimi mesi siano di gente a dir poco stagionata”. Si riferisce al nuovo album della nuova band di Nick Cave, GRINDERMAN. E tra le righe sottintende PERE UBU, FALL, e chissà cos’altro. L’ultimo disco di Mark E. Smith non l’ho ancora ascoltato, però già il precedente “Fall Heads Roll” mi entusiasmava, per quanto conosca poco la loro sterminata produzione. Ma senza dubbio la sorpresa del momento è proprio l’album del nostro ex Seme Cattivo, l’omonimo Grinderman (2007), una di quelle cose che non ti aspetti. Da sempre suo ammiratore, mai avrei creduto che potesse distillare ancora tanto sordido veleno rock’n’roll, e per giunta nient’affatto nostalgico. Primitivo sì, ma senza tempo, fatto di quella pasta essenziale che non può permettere a questo disco di invecchiare. Garage punk sporco e selvaggio, più Chrome Cranks che Birthday Party, come sarebbe invece lecito supporre. Brutale, ispirato, toccante, sessuale. Si diceva poc’anzi dell’ultima uscita di David Thomas con i Pere Ubu, Why I Hate Women (2006), anch’essa a pieno diritto tra le imprescindibili degli ultimi tempi. Non mi avventuro a descrivere l’attacco dell’album: parte con una sventagliata ritmica che volge in un incedere nevrotico, verso sospensioni interrogative: qualcosa di schizoide e desolato insieme, come un far west allucinato. Correte a comprarvelo se ritenete ancora possibile una musica avventurosa, che vi porti altrove. Dopo qualche sortita dal vago sapore quasi-pop, qui Thomas e compagni viaggiano sui lidi più prossimi all’altro progetto semi-solista con i Two Pale Boys (qui coinvolti, per l’appunto), per un risultato anch’esso atemporale, avanguardia reale, di quella che a distanza di tempo ancora rimane tale e sorprende. Come i loro primi album, pre-tutto e post-tutto. Pensando all’annata appena trascorsa, a conferme di alto livello da artisti non esattamente esordienti, come non citare l’ultima fatica del buon David Michael “Tibet” con la sua compagine aperta Current 93, Black Ships Ate The Sky (2006)? Un capolavoro in cui l’afflato poetico di Tibet unito alla sensibilità dei vari partecipanti (Michael Cashmore, Steven Stapleton, Ben Chasny, Marc Almond, Antony, Baby Dee, Bonnie Prince Billy, ecc. ecc.) ha prodotto un concept album di rara bellezza e profondità, oserei dire “mistica”. Un percorso tra suggestive visioni apocalittiche e domande fondamentali sulla vita e sulla morte. Forse proprio questo genere di ascolti mi ha condotto recentemente a scoprire gemme nascoste del calibro della colonna sonora di un film inglese da noi (ahimé) mai tradotto né distribuito, “The Wicker Man” (1973), insolito horror-musical sinistro ambientato in una sorta di comune pagana dedita a strani sacrifici e riti di magia sessuale, in una non precisata isola. L’accompagnamento sonoro, a cura di tale Paul Giovanni, risente di molteplici influenze delle tradizioni britanniche, vagamente celtiche, filtrate con una sensuale attitudine psichedelica. Altra opera bizzarra dai connotati folk-cosmici mi appare Balaklava (1968), primo album dei Pearls Before Swine, creatura del cantautore Tom Rapp. Cantilene avvolgenti, sovraincisioni d’effetto, una strepitosa cover di Suzanne di Leonard Cohen… pare che certe sonorità freak-folk stiano tornando in auge, nel consueto riciclo-riuso del passato, o forse per una ciclicità insita nel corso delle cose, chissà. Tornando all’oggi, un uomo solo al comando lo troviamo anche nei Sophia, creatura del sempre ottimo Robin Proper-Sheppard al quale mai saremo abbastanza riconoscenti
 
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