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Percorso musicale, saltando di palo in frasca
Scritto da Arrigo Cabai - Stayer   
Martedì 17 Aprile 2007 01:00
Colgo l’invito della redazione di Musicologi per riempire questo spazio con divagazioni musicali un po’ incongrue, sull’onda degli ascolti più recenti e significativi, e comincio quindi questa esposizione soggettiva con una considerazione ripresa da Stefano Isidoro Bianchi nelle pagine dell’ultimo Blow Up: “mi trovo a riflettere su come molti dei dischi migliori che ho ascoltato negli ultimi mesi siano di gente a dir poco stagionata”. Si riferisce al nuovo album della nuova band di Nick Cave, GRINDERMAN. E tra le righe sottintende PERE UBU, FALL, e chissà cos’altro. L’ultimo disco di Mark E. Smith non l’ho ancora ascoltato, però già il precedente “Fall Heads Roll” mi entusiasmava, per quanto conosca poco la loro sterminata produzione. Ma senza dubbio la sorpresa del momento è proprio l’album del nostro ex Seme Cattivo, l’omonimo Grinderman (2007), una di quelle cose che non ti aspetti. Da sempre suo ammiratore, mai avrei creduto che potesse distillare ancora tanto sordido veleno rock’n’roll, e per giunta nient’affatto nostalgico. Primitivo sì, ma senza tempo, fatto di quella pasta essenziale che non può permettere a questo disco di invecchiare. Garage punk sporco e selvaggio, più Chrome Cranks che Birthday Party, come sarebbe invece lecito supporre. Brutale, ispirato, toccante, sessuale. Si diceva poc’anzi dell’ultima uscita di David Thomas con i Pere Ubu, Why I Hate Women (2006), anch’essa a pieno diritto tra le imprescindibili degli ultimi tempi. Non mi avventuro a descrivere l’attacco dell’album: parte con una sventagliata ritmica che volge in un incedere nevrotico, verso sospensioni interrogative: qualcosa di schizoide e desolato insieme, come un far west allucinato. Correte a comprarvelo se ritenete ancora possibile una musica avventurosa, che vi porti altrove. Dopo qualche sortita dal vago sapore quasi-pop, qui Thomas e compagni viaggiano sui lidi più prossimi all’altro progetto semi-solista con i Two Pale Boys (qui coinvolti, per l’appunto), per un risultato anch’esso atemporale, avanguardia reale, di quella che a distanza di tempo ancora rimane tale e sorprende. Come i loro primi album, pre-tutto e post-tutto. Pensando all’annata appena trascorsa, a conferme di alto livello da artisti non esattamente esordienti, come non citare l’ultima fatica del buon David Michael “Tibet” con la sua compagine aperta Current 93, Black Ships Ate The Sky (2006)? Un capolavoro in cui l’afflato poetico di Tibet unito alla sensibilità dei vari partecipanti (Michael Cashmore, Steven Stapleton, Ben Chasny, Marc Almond, Antony, Baby Dee, Bonnie Prince Billy, ecc. ecc.) ha prodotto un concept album di rara bellezza e profondità, oserei dire “mistica”. Un percorso tra suggestive visioni apocalittiche e domande fondamentali sulla vita e sulla morte. Forse proprio questo genere di ascolti mi ha condotto recentemente a scoprire gemme nascoste del calibro della colonna sonora di un film inglese da noi (ahimé) mai tradotto né distribuito, “The Wicker Man” (1973), insolito horror-musical sinistro ambientato in una sorta di comune pagana dedita a strani sacrifici e riti di magia sessuale, in una non precisata isola. L’accompagnamento sonoro, a cura di tale Paul Giovanni, risente di molteplici influenze delle tradizioni britanniche, vagamente celtiche, filtrate con una sensuale attitudine psichedelica. Altra opera bizzarra dai connotati folk-cosmici mi appare Balaklava (1968), primo album dei Pearls Before Swine, creatura del cantautore Tom Rapp. Cantilene avvolgenti, sovraincisioni d’effetto, una strepitosa cover di Suzanne di Leonard Cohen… pare che certe sonorità freak-folk stiano tornando in auge, nel consueto riciclo-riuso del passato, o forse per una ciclicità insita nel corso delle cose, chissà. Tornando all’oggi, un uomo solo al comando lo troviamo anche nei Sophia, creatura del sempre ottimo Robin Proper-Sheppard al quale mai saremo abbastanza riconoscenti
 

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