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Blues dai cuei forever
Scritto da Blues Club 356   
Sabato 16 Febbraio 2008 01:00
Non si è ancora spento del tutto il BANG ultrasonico del concerto allo Zoo di Udine (12 gennaio) sponsorizzato da Radio Onde Furlane, con protagonisti alcuni personaggi ormai ben conosciuti nel giro dell’underground friulano: Fabian Riz Trio da Brazzano di Cormons, Pit Ryan & Mad Men Blues da Corno di Rosazzo, Pantan da Gorizia, Raff BB Lazzara da Cormons e Loris Vescul da Trivignano, tutti nomi di spicco dell’etichetta Musiche Furlane Fuarte. Da anni si è consolidato un affezionatissimo zoccolo duro di amici, parenti e affini che li segue ovunque e ne conosce a memoria le epiche gesta, orientato dalla vox populi, dalle cronache radio di via Volturno o da volantinaggi più o meno rivendicati, per non parlare dei puntuali e precisi articoli di Mauro Missana o Andrea Ioime, il cui operato già degno di lode diventa addirittura fenomenale se paragonato all’inerzia o alla malafede dei blasonati colleghi del settore carta stampata, o in generale della pubblica (dis)informazione. Cose già dette e già viste. La buona musica affiora solo in poche miracolose occasioni, soffocata e avvilita dall’incredibile melassa che straborda e tracima impunita dai regi teleschermi nazionali, e non pare migliore la proposta di una TV regionale che definire surreale suona come un insulto agli autentici artisti surreali: spot incomprensibili, deprimenti cronache quasi sportive, solenni interviste a emeriti sconosciuti, pubblicità a go-go di padelle, pancere e articoli sanitari. Dulcis in fundo, una colonna sonora da manicomio criminale. Un blob che ci allieta tutto il santo giorno e ci guida verso il sol dell’avvenire, futuro oggetto di studio dei sociologi di domani (se ci sarà un domani). Niente a che vedere col blues collinare, un patrimonio di tutti ma conosciuto da pochi, una musica vera, onesta e libertaria che sgorga dal fango e dal sudore della frontiera orientale, la nostra frontiera che ci è stata ormai incisa in testa e nella carne come un tatuaggio profondo, nel bene e nel male. Aldilà dei ribaltoni storici e dei mutamenti climatici e culturali. E’ imbarazzante parlare di un movimento oggi quasi di moda, per quanto effimera, che intanto si gode questo fuggevole momento di gloria prima di sprofondare di nuovo nei bassifondi caldi e bui da cui proviene, in cui si è probabile si trovi più a suo agio. I bluesmen hanno inventato senza volere una musica meravigliosa proprio (e anche) per sfogare le amarezze di una vita grama e squattrinata, dove per far festa bastava una armonica sfiatata o una chitarra scassata, e una bottiglia di alcool da quattro soldi era più o meno alla portata di tutti, come adesso. Si potrebbe disquisire all’infinito sull’influenza esercitata da questo genio generoso e malefico: l’alcool è sempre stato una importante fonte di ispirazione e confusione, causa ed effetto dell’esperienza artistica come il dio Shiva induista è allo stesso tempo distruttore ed artefice, simbolo contraddittorio di ascetismo e scatenata sensualità. In compenso di vil denaro se ne vede poco, e questa è una delle le poche incrollabili certezze, ma in fondo perchè lamentarsi più di tanto? I Colli non abbondano di gente arricchita a forza di musica, anzi il primo che ce la fa avrebbe il dovere morale di offrire un giro a un numero indeterminato di generosi dopolavoristi e misconosciuti agitatori culturali, di umili operai del blues e infaticabili collezionisti di nicchia, di geni incompresi anche da se stessi, di fanatici amanti dell’arte disoccupati e preoccupati. Non inquadrabili e non inquadrati, senza orario e senza bandiera, condannati come tanti Kowalski ad una eterna in fuga in avanti verso un personale e indefinito Punto Zero. Ma non dimentichiamo che accanto e dietro ai bluesmen c’erano e ci sono anche le blueswomen, infaticabili femmine guerriere fonte di tormento e gioia rivoluzionaria, che forniscono senza paga un contributo oscuro e prezioso; prec
 

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