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Ritorno all'umiltà
Scritto da Paolo   
Martedì 08 Aprile 2008 01:00
Perché suoni?“Non avevamo soldi” una frase che in diverse varianti si può leggere in quasi tutte le autobiografie di musicisti. Gente che all'inizio della loro carriera – e oltre... – con qualche centesimo in tasca riusciva a fare tutto, o meglio: la loro musica aveva la precedenza sul resto e così magari i pasti saltavano ma non i concerti. L'importante era riuscire a suonare. Qualcuno potrebbe obiettare che gli avvenimenti dei musicisti squattrinati si riferiscono ad un epoca particolare – i mitici anni Sessanta e Settanta, per esempio – che nulla ha a che fare coi giorni che ci vedono protagonisti: non è così. Ci sono musicisti che ancora oggi danno la precedenza alla musica e non alla moneta. Artisti talmente onesti che, dopo un concerto con pochi spettatori, rifiutano persino i loro compensi. Mi riferisco a persone che fanno il musicista nella vita, musicisti di professione che suonano per vivere, che fanno concerti in Europa e in diverse altre parti del mondo, privi di famiglia benestante con nessun altra attività oltre alla musica. Suonano per il gusto di suonare, per la passione che brucia ancora i loro animi, e in qualche occasione lo fanno solo per un letto, un pasto e il costo del biglietto per raggiungere il luogo dove terranno il prossimo concerto. Questa loro sensibilità non si limita qui. Per restare nel “nostro orto” sarà sufficiente dare un'occhiata a quanti hanno risposto all'appello lanciato dall'Hybrida. Musicisti che non sono rimasti impassibili di fronte a quanto è accaduto al circolo ARCI e si sono attivati in prima persona per aiutare i ragazzi di Tarcento. Sensibilità, senso di appartenenza, solidarietà questi sono i valori che mi vengono in mente di fronte a tutto questo. Dunque non si tratta di “altri tempi”, poi sono fermamente convinto che il tempo migliore è quello che viviamo ma sta a noi renderlo tale... Giungo quindi ad una amara riflessione: spesso i musicisti meno interessati ai soldi sono stranieri e autori di musica fuori dai generi commerciali, a dire il vero anche loro sono parecchio fuori... Di certo non intendo generalizzare, le eccezioni in regione non mancano, basta navigare su internet e vedere le tappe di questo e quel gruppo e leggere le operazioni che mettono in piedi in giro per il Pianeta. Per quanto ne so, però, la maggioranza dei musicisti nostrani preferisce concentrarsi sull'aspetto economico, ed in generale è meno pronta a fare le valige se non ci sono garanzie. La maggioranza è più intenta a cercare i finanziamenti e le giuste retribuzioni piuttosto che vivere in pieno la performance. Mi pare che rispetto ai loro colleghi stranieri una parte dei “nostri” abbia perso il gusto del rischio. Dunque vengono meno una serie di incontri, situazioni ed esperienze che altrimenti non si potrebbero trovare o creare nel “guscio sicuro”. Uscire, suonare in diversi contesti, confrontarsi con altre realtà è un'esperienza talmente arricchente sul piano artistico e umano che soprattutto l'egoista non dovrebbe lasciarsi sfuggire. Mi torna in mente la canzone del mitico Gaber che recita: “c'è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l'unica salvezza”. A questo punto credo sia superfluo dire che sono un estimatore dei musicisti di strada. Quelli che suonano a cappello vagando senza meta. Qui siamo in vetta al rischio: oltre non è possibile. Musicisti così li riconosci anche se suonano alla Fenice: hanno un approccio diverso con il pubblico, un modo particolare di stabilire il contatto. Quando suoni per gente che non è lì per te, che ti passa davanti di fretta e riesci anche per un solo istante a fermare qualcuno che magari è uscito per andare in posta, o chissà per cosa passava di là... beh, se sei riuscito a fermarlo allora è fatta... In strada ci sei tu e ci sono loro (i potenziali spettatori) che ti passano davanti per 1000 motivi diversi e di sicuro non sono usciti di casa o da chissà dove per venire ad ascoltarti. Il tuo concerto non è in p
 

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