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Editoriali
Moria di locali e music-club: che succede in Friuli?
Scritto da Gegio   
Martedì 08 Settembre 2009 00:00
Sono ben note le difficoltà in cui si dibattono i pochi sopravvissuti spazi che in Regione offrono la possibilità di ascoltare musica dal vivo di una certa qualità o comunque originale. La causa di tali difficoltà è spesso stata individuata, troppo semplicisticamente, nell'inadeguatezza tecnica e ambientale dei contesti che ospitano locali, circoli e music club. Il cosiddetto "casino" sprigionato dagli amplificatori dei chitarristi e dai piatti dei dj, non adeguatamente controllato e ammorbidito all'esterno, scatena prima o poi la funesta ira del vicinato e, in ordine logico, delle forze dell'ordine, con le conseguenze che possiamo ben immaginare. Parrebbe quindi che gli spazi dedicati alla musica live siano destinati ad estinguersi perchè, invece di andare a far cagnara nei capannoni delle zone industriali, i giovinastri rockettari si ostinano a rompere i timpani e le palle a matusa senza pietà, desiderosi solamente di quiete e decoro. Proviamo però a scavare un po' più a fondo, partendo da quelle che individuiamo come le componenti fondamentali di una ipotetica "scena" musicale: i musicisti, il pubblico, i mezzi di informazione/diffusione, quindi i giornalisti. Con alcuni amici, ho gestito per un anno e mezzo uno spazio, il circolo Zoo di Udine, che ha fatto della promozione della musica live e di qualità (termine ambiguo, ma me lo si conceda) uno dei punti cardine del proprio programma. Ho goduto grazie a questa esperienza di un ottimo punto di osservazione, quindi mi permetto di poter affermare alcune cose riguardo le suddette componenti/categorie : I musicisti: ovviamente fatte alcune sacrosante eccezioni, i musicisti locali solitamente non frequentano concerti, non amano allontanarsi della loro zona di residenza o dal loro gruppo sociale di riferimento, hanno rarissimamente suonato fuori dal Friuli, non curano la loro promozione e al tempo stesso si lamentano di non trovare date, non conoscono nessun musicista o "addetto ai lavori" al di fuori della loro cerchia. ... Il pubblico: fatta la debita premessa che pochissima gente in Friuli è interessata a qualcosa che non sia Vasco o il Liga o il Rototom Sunsplash (con rispetto parlando), l'utente medio o il frequentatore occasionale di concerti si accomoda in un locale solamente per ascoltare una cover band, gli amici o un artista che già conosce. A volte, poi, pur essendo disposto a spendere 50 euro in birre da mezzo, non intende sentire ragioni se gli vengono chiesti 2 euro di contributo per il concerto di una band che viene dall'Inghilterra. ... I giornalisti: sempre fatte le debite eccezioni, generalmente l'operatore dell'informazione cultural-musicale autoctono non ha la più pallida idea di cosa sia successo nel mondo (della musica, ovvio) negli ultimi 20 anni. Il suo lavoro consiste più che altro nello scopiazzare i comunicati stampa, nell'ignorare o scartare chi non conosce (e cioè la maggior parte degli artisti...), nell'omaggiare con titoli cubitali i soliti dinosauri che da decenni, ormai, ammorbano con operazioni artistiche vetuste, stereotipate e a volte imbarazzanti la scena locale, spacciandoli per grandi interpreti. ... Tutta questa deliziosa sequenza di ingredienti cosa può produrre? Parlare del più classico dei provincialismi pare eccessivo? Non sarebbe il caso di pensarci un po' su? E poi chissà perchè i locali "diversi" in Friuli muoiono.... sarà tutta colpa dei vicini di casa!
 
FVG, una piccola regione, un grande laboratorio musicale.
Scritto da Piero   
Mercoledì 08 Luglio 2009 00:00
Under the influence of Meat Puppets. E' il titolo del secondo pezzo contenuto in Ragin', Full on, il primo disco dei fIREHOSE, uscito nel 1986. Dunque, chi erano i fIREHOSE? Gli amanti del suono indipendente si ricordano di questo gruppo nato sulle ceneri dei Minutemen, seminale trio di San Pedro in California che durante i primi anni '80 produsse dischi quali The punch line oppure Double Nickels on the dime che contribuirono non poco alla creazione del suono che allora la stampa musicale definiva american underground, hardcore punk, post punk. Un misto di punk, funk, blues, suonato con una certa irruenza che in seguito esercitò notevole influenza su band di un certo calibro quali gli stessi Red Hot Chili Peppers o i Faith No More di Mike Patton. Ecco, accadde che nel 1985, D Boon, carismatico cantante-chitarrista dei Minutemen, purtroppo morì alla giovane età di 27 anni in un incidente stradale. 27 anni, la stessa età nella quale sono giunte tante figure leggendarie del rock. Da Jim Morrison e Jimi Hendrix, a Kurt Cobain. Ma nel caso dei Minutemen, se di fronte ad un così tragico fatto, colpiti dalla disperazione, i restanti membri Mike Watt (bassista) e George Hurley (batterista) stavano già abbandonando l'idea di proseguire i loro progetti musicali, ci fu qualcosa che permise di non interrompere un laboratorio musicale che aveva prodotto un suono così nuovo e che nel decennio successivo avrebbe influenzato un'intera generazione di musicisti. Quel qualcosa, anzi, quel qualcuno, fu Ed Crawford, uno studente di 22 anni della Ohio State University, da anni fan dei Minutemen, che convinse gli altri due a proseguire con lui. Così nacquero i fIREHOSE. E Ragin' Full on, il primo disco pubblicato per la SST, venne realizzato con il contributo anche di altri musicisti della scena indipendente degli anni '80, tra cui la stessa Kira, ex bassista dei Black Flag e moglie dello scomparso D Boon. Proprio fra quei solchi, ascoltavo Under the infuence of Meat Puppets, un minuto di suoni sconquassati e suonati in modo progressivo alla maniera del trio dell'Arizona. Anche nei confronti dei Puppets, siamo di fronte ad una band oggi considerata un cult nella scena indie rock. Ha più di vent'anni di storia il gruppo dei fratelli Kirkwood, ripreso nello stesso unplugged dei Nirvana con i pezzi Lake of fire, Oh me e Plateau. Eppure, in quel 1986 in cui vennero citati dal pezzo dei fIREHOSE, pur essendo da anni in circuito, non erano considerati da nessuno (per quanto riguarda i palazzi alti della distribuzione su major). Erano gli '80, l'epoca del riflusso, il rock non andava di moda se non per i grandi che ormai si erano imposti nei '60 e nei '70. Eppure in quella scena indipendente, che diede spunti importanti allo stesso grunge, pronto ad esplodere nel giro di qualche anno, c'era questa considerazione reciproca fra i gruppi. C'era questo lavoro, c'erano questi fatti che permisero ad un laboratorio come quello creato dai Minutemen di continuare un certo percorso. E di fatto, i fIREHOSE rappresentarono, musicalmente parlando, la continuazione di un lavoro in itinere su certi ritmi e un certo modo di concepire la canzone indie (penso che addirittura il buon Frank Black dei mitici Pixies ci passò qualche notte su quei dischi), ma anche il superamento del suono grezzo e underground dei Minutemen. Così alla fine, intorno ai primi anni '90, i fIREHOSE firmarono per la Columbia. Poi, nel '94, l'avventura si concluse davvero, ma intanto il processo musicale era giunto a maturazione: eravamo già nel dopo-grunge con tutta l'esplosione della produzione indipendente esportata a livello globale che seguì procedendo verso il nuovo millennio. Ancora più significativo, per quanto riguarda questo gioco di squadra che caratterizzò l'alternative rock degli anni '90 in A
 
La fisarmonica. Sentirsi a casa con uno strumento.
Scritto da Matteo   
Mercoledì 01 Luglio 2009 00:00
La tradizione folkloristica di molti paesi nel mondo è legata alla fisarmonica. Uno strumento del tutto particolare, difficile, completo e in grado di essere sempre presente in tante tradizioni, da quella balcanica a quella argentina. Uno strumento che ha il potere di far sentire a casa coloro che lo ascoltano. Pensare a questo nel 2009 potrebbe sembrare eccessivo, ma basta soffermarsi un attimo su alcuni particolari. La fisarmonica è uno strumento che impegna tutto il corpo e impone alle mani una coordinazione indipendente. Da una parte gli accordi, dall’altra la melodia. Mentre tutto il corpo è coinvolto nel fare in modo che l’aria circoli nello strumento, una mano faticosamente si fa strada tra la selva dei piccoli tasti neri che compongono gli accordi, mentre l’altra compone la melodia, che unisce la fatica e il piacere. Unire fatica e piacere, sapendo che ogni piacere deve costare tanta fatica è una delle caratteristiche della friulanità. Un tempo la fisarmonica era quel suono che univa i piccoli borghi, che intratteneva chi voleva danzare e che faceva da sottofondo alla fine delle giornate di lavoro. Un modo per sentirla propria, quella musica, per ricordarsi di quei luoghi che sono la tua casa e la tua terra. La fisarmonica è forse lo strumento migrante per antonomasia, in grado di poter essere parte di più tradizioni, contaminandosi si, ma rimanendo identica nel proprio carattere casalingo e strettamente intriso di cultura popolare. In Friuli, la fisarmonica diventa a volte simbolo di un qualcosa di “vecchio” dove un adolescente, che ascolta la musica che proviene dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra e considera la tradizione legata solo al liscio ballato dai nonni alla sagra, non si accorge di quanto anche il suo rifiuto sia dimostrazione di un legame. Se così non fosse ci sarebbe soltanto indifferenza, ma spesso il rifiuto è più forte. Si palesa spesso, oggigiorno, durante le sagre di paese, dove lo spazio musicale principale viene dedicato alla banda di liscio e dove la band giovanile è quasi sempre costretta ad abbassare il volume. La fisarmonica nasce moderna, diventa contemporanea e si fa ambasciatrice di una cultura sempre postuma e per questo trasversale.
 
Gemona suona per l'Abruzzo
Scritto da Matteo   
Martedì 09 Giugno 2009 00:00
In occasione del fine settimana dedicato ai festeggiamenti del santo patrono di Gemona – S. Antonio – la città si unirà completamente in una serie di eventi dedicati alla raccolta fondi da destinarsi alle popolazioni colpite dal sisma in Abruzzo ad aprile. Un’iniziativa nata subito dopo il tragico avvenimento che vede Gemona partecipare in maniera particolarmente sentita. Trentatrè anni fa la terra tremava ancora anche in Friuli. Tutto distrutto, morti, e l’apparente sensazione della fine. Non è stato così e l’entusiasmo, l’amore per quella stessa terra che aveva distrutto e la voglia di ricominciare subito hanno rimesso in piedi non solo gli edifici, ma anche la voglia di divertirsi. Ricostruire una festa per gli amici dell’Abruzzo ha un significato che va oltre la raccolta fondi. Il messaggio è chiaro: qui a Gemona tutto era distrutto. Ora tutto è ricostruito e la festa e il nostro divertimento sono quello che avrete voi. Mobilitare tutta Gemona per una festa è forse un tentativo ambizioso di voler risvegliare la città. La causa che porta la creazione dell’evento va a toccare un tasto dolente per tutti i gemonesi, che come pochi altri possono capire le sensazioni e le necessità che il popolo abruzzese sta vivendo. La maggior parte di coloro che si esibiranno venerdì, sabato e domenica, il terremoto non lo hanno vissuto in prima persona, ma “di riflesso”, nelle parole dei genitori, dei nonni, degli zii. L’impegno di coloro che non lo hanno vissuto è quindi di divertirsi godendosi la città ricostruita, dando un forte impulso alla vita sociale del paese. Il ricordo di quanto è accaduto non andrà mai via e la possibilità si affiancare a tale ricordo anche quello di una occasione festosa può aiutare a smussare gli angoli della memoria, facendoci entrare un sorriso lieto. La musica sarà la componente fondamentale e far suonare Gemona significa tentare di amplificare tutte le nostre risorse – e sono tante – per mostrare anche alla città quanto ancora si può fare. Ricostruiamogli una festa!!!
 
Gemona suona per l'Abruzzo
Scritto da Matteo   
Lunedì 08 Giugno 2009 00:00

Manifestazione per raccolta fondi-

In occasione del fine settimana dedicato ai festeggiamenti del santo patrono di Gemona – S. Antonio – la città si unirà completamente in una serie di eventi dedicati alla raccolta fondi da destinarsi alle popolazioni colpite dal sisma in Abruzzo ad aprile. Un’iniziativa nata subito dopo il tragico avvenimento che vede Gemona partecipare in maniera particolarmente sentita. Trentatrè anni fa la terra tremava ancora anche in Friuli. Tutto distrutto, morti, e l’apparente sensazione della fine. Non è stato così e l’entusiasmo, l’amore per quella stessa terra che aveva distrutto e la voglia di ricominciare subito hanno rimesso in piedi non solo gli edifici, ma anche la voglia di divertirsi. Ricostruire una festa per gli amici dell’Abruzzo ha un significato che va oltre la raccolta fondi. Il messaggio è chiaro: qui a Gemona tutto era distrutto. Ora tutto è ricostruito e la festa e il nostro divertimento sono quello che avrete voi. Mobilitare tutta Gemona per una festa è forse un tentativo ambizioso di voler risvegliare la città. La causa che porta la creazione dell’evento va a toccare un tasto dolente per tutti i gemonesi, che come pochi altri possono capire le sensazioni e le necessità che il popolo abruzzese sta vivendo. La maggior parte di coloro che si esibiranno venerdì, sabato e domenica, il terremoto non lo hanno vissuto in prima persona, ma “di riflesso”, nelle parole dei genitori, dei nonni, degli zii. L’impegno di coloro che non lo hanno vissuto è quindi di divertirsi godendosi la città ricostruita. Il motto è, dunque, “Ricostruiamogli una festa”!!! Ecco il programma delle giornate: Venerdì 12 giugno Parco del drago via dante, Gemona del Friuli. Presentati da Andrea Valcic saliranno sul palco Jonokognos, Lino Straulino, Arbe Garbe, Link, Valter Sivilotti - Franca Drioli – Annalisa Conte, Bandella, F.L.K. Sabato 13 giugno Piazza del Ferro Gemona del Friuli: Al cafè Agli Elti (ore 18) concerto spettacolo dei Cuinon? A seguire (ore 19) nell’adiacente piazza del Ferro si esibiranno: Trabeat, The Moon, 7 Passi, Catfishpie, Simone Piva e i Viola Velluto, Bad Memory, Coleto blues band con U.T. Gandhi. Domenica 14 giugno Parco del drago via Dante. Ore 19.45 la Pro Glemona offrirà pastasciutta a tutti e a seguire l’esibizione delle Onde Anomale, percorso di musica e parole attraverso i quattro elementi della vita: Aria, Acqua, Terra e Fuoco. Un programma ricco per tre giorni di festa. Un grazie va a tutti coloro che hanno collaborato, in particolare, oltre all’Associazione Musicologi, l’Associazione Un blanc e un neri e la Pro Loco. Saranno presenti chioschi e cassette per la raccolta fondi e i bar del centro storico (Pan e salam, Pub Stella d’Oro, il Castello, Focacceria Più Gusto, Elti Caffè e Music Park) devolveranno parte dell’incasso per la raccolta fondi.
 
Fronte del rock e la Discoteca regionale, tra stimoli e contro-stimoli
Scritto da Matteo   
Lunedì 06 Aprile 2009 00:00
La giornata di sabato 4 aprile è stata memorabile per tutti coloro che vi hanno partecipato. L’Inaugurazione della nuova sede dell’Associazione Musicologi sancisce un nuovo inizio carico di speranze, aspettative e una bella iniezione di energia a Gemona. Sono stati mesi lunghi e faticosi per tutti coloro che hanno collaborato alla preparazione dell’evento e all’allestimento della nuova sede, e arrivare al cinema e vedere partire il film “Fronte del Rock” è stata un po’ una liberazione. La sala era gremita (circa 200 persone) e la visione è stata decisamente apprezzata. Pare strano vedere sul grande schermo le immagini di Gemona e dei nostri amici, coi quali parliamo ogni giorno, ma che sullo schermo riescono a farsi capire meglio per quello che provano e per quello che troppo spesso sono costretti a tacere. Quella del musicista è una vitaccia. È una continua rincorsa di illusioni, di delusioni e di arrabbiature. Il voler vivere della propria passione è forse un delitto? Per chi nasce in queste zone sembra a volte di dover rispondere si. “Faccio il musicista. Si, ma di mestiere cosa fai?”. Anche questa domanda suona ridicola ma quante volte l’abbiamo sentita? Il film credo abbia mostrato bene la frustrazione che si può provare essendo un musicista in Friuli. Una frustrazione che contagia tutte le manifestazioni di arte o cultura perché continuamente considerati qualcosa di secondario, come se l’ignoranza fosse un vanto. Noi non ci crediamo e crediamo che la curiosità e la gioia con la quale è stata accolta la nuova iniziativa sia uno stimolo che può avere la forza di innescare una reazione a catena di eventi e di possibilità. L’importanza della nuova sede e della presenza dell’archivio della Discoteca Regionale è troppo spesso sottovalutata. Intanto, una volta per tutte, la Discoteca non è un posto nuovo dove si balla in centro a Gemona, ma è semplicemente un archivio di dischi (vedi i termini, biblico-teca, video-teca, cine-teca ecc). Avere un archivio musicale a disposizione di tutti è avere nel nostro Paese una storia che ci racconta la nostra evoluzione, che ci ricorda cosa è stato fatto, che ci permette di evitare errori futuri, magari facendone altri, ma che ci fa vedere un percorso. Stare a Nord Est in Italia, ci fa sempre sentire un po’ distanti da quello che accade nel resto del Paese e ci fa spesso dimenticare ciò che ci accade sotto il naso, forse soltanto perché non viene detto in televisione. Gemona acquista un valore aggiunto enorme e speriamo che muova qualcosa. Le idee sono molte e le difficoltà ancora di più, ma l’entusiasmo che ci ha portati fino a questo momento sarà la spinta che darà forza alle idee per dare un calcio alle difficoltà. “Si può faaare!” come gridava Gilliam nella celebre scena di Frankenstein junior ed ora diamoci sotto.s
 
Questioni di attitudine: un'esperienza di vita a Londra
Scritto da Matteo   
Venerdì 12 Dicembre 2008 00:00
Tutti quanti lo dicono, poi ci pensano, alcuni lo fanno davvero, altri ci ripensano. Vado a Londra, io e la chitarra e mi metto a suonare. Dove? – chiedono alcuni – con chi? – chiedono altri. Con nessuno, dicono alcuni, la troverò qualcosa. Il più delle volte questo tipo di atteggiamento potrà sembrare lo stesso di un Cristoforo Colombo qualsiasi che, convinto delle proprie capacità, affronta l’ignoto e l’oceano. Un’impresa impossibile. Forse, ma lui l’America l’ha trovata (anche se pensava che fosse l’India) ed ha trovato qualcosa che surrogasse la sua tesi. Basta muoversi che qualche cosa c’è. Per chi, come me, è nato in Friuli, la passione per la musica rischia spesso di diventare frustrante, a causa di molti pregiudizi che vi aleggiano attorno, ma soprattutto per la scarsa attitudine al nuovo, alla scoperta musicale ed un’innata tendenza alla tradizione, in tutti i generi musicali. Londra non è così e la prima sensazione all’arrivo è quella di trovarsi davanti ad un’enorme Babele di suoni, cibi, lingue, volti e risvolti che la rendono unica. Se siete un musicista all’inizio il rischio è quello di impazzire perché basta sfogliare una qualsiasi rivista o giornale, per imbattersi in una pioggia di eventi, concerti, mostre, iniziative che vi potrebbero dare un senso di vertigine, tipo colpo apoplettico. Niente paura, vi basteranno pochi giorni per destreggiarvi nella selva musicale della metropoli inglese. L’organizzazione è proverbiale ed è una parola d’ordine alla quale nessun inglese fa a meno. Dovete solo scegliere il vostro genere e pian piano battere le zone. Se salite a Camden Town (a nord) vi imbatterete in una serie di locali che offrono musica punk, rock in perfetto stile inglese, ma il bello è anche perdersi ed esplorare l’offerta ingenuamente. Uno dei miti che, a mio giudizio vanno sfatati, riguarda il livello musicale londinese. Se è vero che l’offerta è immensa, non è altrettanto vero che la qualità sia eccelsa. Molte volte sono stato particolarmente deluso dalla qualità musicale di certi gruppi che si esibivano in locali anche molto famosi e mi hanno fatto pensare alla grande offerta di musicisti che il Friuli propone, sapendo della disparità di qualità. Dopo essermi ubriacato di racconti (e nono solo) riguardanti Londra posso affermare che non serve andare la per ascoltare grande musica, ma serve per capire qual è l’attitudine delle persone che la musica l’ascoltano. In tutti i locali che offrono musica dal vivo (e sono la maggior parte) il pubblico (praticamente sempre pagante e felice di pagare per questo ‘servizio’) ascolta, si interessa, si diverte, interagisce, balla. Anche se la musica non è buona. I musicisti la si conoscono, si aiutano, si vanno ad ascoltare l’un l’altro e non passano il tempo a criticarsi a vicenda o ad aspettare che chi suona commetta un errore. Attitudine diversa, gioia nel godere della musica, fame di musica di ogni genere senza pregiudizi. I locali, furbi, lo hanno capito molto bene e investono sulla musica e sui musicisti per un motivo molto poco nobile ma ovvio: la musica porta soldi. Ogni locale presenta in calendario dei concerti live e chi non lo fa viene spesso snobbato. Sembra incredibile per chi è abituato a sentirsi dire di abbassare il volume. La tecnologia a Londra è molto più usata ed invece di uscire ad elemosinare concerti, usanza che per fortuna pian piano scomparirà ma chissà quando, basta inviare una e-mail al locale (e quasi tutti hanno una pagina myspace attiva con una persona pagata!!! Per mettere in ordine le richieste e gestire il calendario) ed il locale risponde. Non scherzo risponde davvero ed è quasi sempre si (almeno che non chiediate di suonare a Wembley). Ogni locale è dotato di impianto e tecnico del suono. Tutto normale. Lo so che a noi tutto ciò risulta quasi impossibile, ma, in realtà è molto semplice, basta pensarci un attimo e cambiare attitudine.
 
Il rock, la leggenda e...i concorsi
Scritto da Piero   
Mercoledì 09 Luglio 2008 00:00
Stavo ascoltando Sorry Ma, forgot to take out the trash, il primo disco dei Replacements, una band r'n'r di Minneapolis che negli '80 incideva dischi indipendenti e che nel giro di alcuni anni riuscì a distribuire alcuni album per una major: uno dei più conosciuti fu senz'altro Pleased to meet you, già ben distribuito. Poi, i Replacements fecero ancora alcuni Lp, riuscirono a farsi un po' di popolarità in più con una canzone inserita su Singles (ve lo ricordate il film che accompagnò l'onda grunge durante i primi anni '90?), e poi scomparvero. Pochi, forse soltanto gli appassionati dell'indie rock anni '80 oppure chi c'era allora, si ricorda di Hootenanny, Let it be oppure Tim. Bei dischi, ve li consiglio se siete dei rockettari, se non altro ti dimostrano che negli '80, gli anni della new wave e delle tastiere, c'era ancora chi suonava del buon sano rock'n'roll direttamente dalla provincia americana. Nel caso dei Replacements, c'era un amico che credeva in loro e pagava i dischi, ma il quel periodo del rock americano non erano certo gli unici. La SST, l'etichetta che stampò i primi dischi del punk californiano era in mano agli stessi Black Flag, che facevano saltare per aria i centri sociali di Los Angeles, e spaventavano i vicini. Oppure chi si ricorda dei Meat Puppets? Pensate che tutte e tre le canzoni, Plateau, Oh me, e Lake of fire, che Kurt Cobain propose nell'unplugged dei Nirvana del '93, contribuendo a rendere celebri i Puppets, provenivano dal loro secondo disco Meat Puppets II, targato 1984. Incredibile, se non fosse stato per Cobain, nessuno avrebbe mai scoperto quelle canzoni, che in seguito tutti quanti abbiamo imparato a strimpellare con la chitarra. Anzi, forse non avrebbe spinto nessuno ad andare a scoprire certi dischi quali Mirage, Up on the hills, dove il trio dell'Arizona combinava il country con il progressive, e con la canzone pop dimostrando pure una grande perizia nel suonare gli strumenti. Ve li consiglio, quei dischi, se avete voglia di ascoltare suoni nuovi tutt'oggi. Come vi consiglio di comprarvi via e-Bay Babylon's Burning, from punk to grunge, il libro di Clinton Heylon sulla storia del rock dal punk al grunge: naturalmente, dovete sapere l'inglese ma del resto se volete leggervi una buona storia del r'n'r non è male farsela raccontare da un reporter americano, che nel suo racconto, fra nomi, dischi, antefatti, gossip, ti mette dentro tutto lo humor della terra che il rock lo ha generato. Comunque, tornando a noi, chissà quanti dischi e canzoni sono rimasti nell'underground e magari se fossero arrivati nel momento giusto avrebbero avuto un futuro diverso. Quanti di loro hanno influenzato artisti che sono poi diventati delle celebrità: penso ad esempio ai Minutemen che suonavano basso e chitarra come Jack Frusciante e Flea, molti anni prima che i R.H.C.P. nascessero? Oppure, che ne so, ai Lone Justice, che produssero dischi negli anni di Patty Smith, la poetessa di Chicago, ma che non raggiunsero mai la sua celebrità. Penso a quanti dischi hanno dovuto uscire, quante etichette sono nate e sono andate in fallimento, per generare un fenomeno come il grunge, il brip pop e tutti quei generi che nascono ogni giorno e alcuni di essi ha pure successo. E' tutta una questione di “incubazione”, che si muove morbida nel sottofondo e poi, presto o tardi, influenza qualcuno che ce la fa. Oggi, il fenomeno indie rock è diventato globale, nel senso che se trent'anni fa c'erano soltanto le locandine, oggi c'è la rete, la possibilità di mettere in piedi un contatto, trovare i dischi che si vuole. Ogni gruppo può muoversi autonomamente, poi in realtà la sostanza non è cambiata da allora: se un musicista vuole farsi strada, non deve porsi confini perché la musica è un “investimento su non si sa”, ma soprattutto non deve pensare che l'interfacciarsi con la rete sia
 
Ritorno all'umiltà
Scritto da Paolo   
Martedì 08 Aprile 2008 00:00
Perché suoni?“Non avevamo soldi” una frase che in diverse varianti si può leggere in quasi tutte le autobiografie di musicisti. Gente che all'inizio della loro carriera – e oltre... – con qualche centesimo in tasca riusciva a fare tutto, o meglio: la loro musica aveva la precedenza sul resto e così magari i pasti saltavano ma non i concerti. L'importante era riuscire a suonare. Qualcuno potrebbe obiettare che gli avvenimenti dei musicisti squattrinati si riferiscono ad un epoca particolare – i mitici anni Sessanta e Settanta, per esempio – che nulla ha a che fare coi giorni che ci vedono protagonisti: non è così. Ci sono musicisti che ancora oggi danno la precedenza alla musica e non alla moneta. Artisti talmente onesti che, dopo un concerto con pochi spettatori, rifiutano persino i loro compensi. Mi riferisco a persone che fanno il musicista nella vita, musicisti di professione che suonano per vivere, che fanno concerti in Europa e in diverse altre parti del mondo, privi di famiglia benestante con nessun altra attività oltre alla musica. Suonano per il gusto di suonare, per la passione che brucia ancora i loro animi, e in qualche occasione lo fanno solo per un letto, un pasto e il costo del biglietto per raggiungere il luogo dove terranno il prossimo concerto. Questa loro sensibilità non si limita qui. Per restare nel “nostro orto” sarà sufficiente dare un'occhiata a quanti hanno risposto all'appello lanciato dall'Hybrida. Musicisti che non sono rimasti impassibili di fronte a quanto è accaduto al circolo ARCI e si sono attivati in prima persona per aiutare i ragazzi di Tarcento. Sensibilità, senso di appartenenza, solidarietà questi sono i valori che mi vengono in mente di fronte a tutto questo. Dunque non si tratta di “altri tempi”, poi sono fermamente convinto che il tempo migliore è quello che viviamo ma sta a noi renderlo tale... Giungo quindi ad una amara riflessione: spesso i musicisti meno interessati ai soldi sono stranieri e autori di musica fuori dai generi commerciali, a dire il vero anche loro sono parecchio fuori... Di certo non intendo generalizzare, le eccezioni in regione non mancano, basta navigare su internet e vedere le tappe di questo e quel gruppo e leggere le operazioni che mettono in piedi in giro per il Pianeta. Per quanto ne so, però, la maggioranza dei musicisti nostrani preferisce concentrarsi sull'aspetto economico, ed in generale è meno pronta a fare le valige se non ci sono garanzie. La maggioranza è più intenta a cercare i finanziamenti e le giuste retribuzioni piuttosto che vivere in pieno la performance. Mi pare che rispetto ai loro colleghi stranieri una parte dei “nostri” abbia perso il gusto del rischio. Dunque vengono meno una serie di incontri, situazioni ed esperienze che altrimenti non si potrebbero trovare o creare nel “guscio sicuro”. Uscire, suonare in diversi contesti, confrontarsi con altre realtà è un'esperienza talmente arricchente sul piano artistico e umano che soprattutto l'egoista non dovrebbe lasciarsi sfuggire. Mi torna in mente la canzone del mitico Gaber che recita: “c'è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l'unica salvezza”. A questo punto credo sia superfluo dire che sono un estimatore dei musicisti di strada. Quelli che suonano a cappello vagando senza meta. Qui siamo in vetta al rischio: oltre non è possibile. Musicisti così li riconosci anche se suonano alla Fenice: hanno un approccio diverso con il pubblico, un modo particolare di stabilire il contatto. Quando suoni per gente che non è lì per te, che ti passa davanti di fretta e riesci anche per un solo istante a fermare qualcuno che magari è uscito per andare in posta, o chissà per cosa passava di là... beh, se sei riuscito a fermarlo allora è fatta... In strada ci sei tu e ci sono loro (i potenziali spettatori) che ti passano davanti per 1000 motivi diversi e di sicuro non sono usciti di casa o da chissà dove per venire ad ascoltarti. Il tuo concerto non è in p
 
Blues dai cuei forever
Scritto da Blues Club 356   
Sabato 16 Febbraio 2008 00:00
Non si è ancora spento del tutto il BANG ultrasonico del concerto allo Zoo di Udine (12 gennaio) sponsorizzato da Radio Onde Furlane, con protagonisti alcuni personaggi ormai ben conosciuti nel giro dell’underground friulano: Fabian Riz Trio da Brazzano di Cormons, Pit Ryan & Mad Men Blues da Corno di Rosazzo, Pantan da Gorizia, Raff BB Lazzara da Cormons e Loris Vescul da Trivignano, tutti nomi di spicco dell’etichetta Musiche Furlane Fuarte. Da anni si è consolidato un affezionatissimo zoccolo duro di amici, parenti e affini che li segue ovunque e ne conosce a memoria le epiche gesta, orientato dalla vox populi, dalle cronache radio di via Volturno o da volantinaggi più o meno rivendicati, per non parlare dei puntuali e precisi articoli di Mauro Missana o Andrea Ioime, il cui operato già degno di lode diventa addirittura fenomenale se paragonato all’inerzia o alla malafede dei blasonati colleghi del settore carta stampata, o in generale della pubblica (dis)informazione. Cose già dette e già viste. La buona musica affiora solo in poche miracolose occasioni, soffocata e avvilita dall’incredibile melassa che straborda e tracima impunita dai regi teleschermi nazionali, e non pare migliore la proposta di una TV regionale che definire surreale suona come un insulto agli autentici artisti surreali: spot incomprensibili, deprimenti cronache quasi sportive, solenni interviste a emeriti sconosciuti, pubblicità a go-go di padelle, pancere e articoli sanitari. Dulcis in fundo, una colonna sonora da manicomio criminale. Un blob che ci allieta tutto il santo giorno e ci guida verso il sol dell’avvenire, futuro oggetto di studio dei sociologi di domani (se ci sarà un domani). Niente a che vedere col blues collinare, un patrimonio di tutti ma conosciuto da pochi, una musica vera, onesta e libertaria che sgorga dal fango e dal sudore della frontiera orientale, la nostra frontiera che ci è stata ormai incisa in testa e nella carne come un tatuaggio profondo, nel bene e nel male. Aldilà dei ribaltoni storici e dei mutamenti climatici e culturali. E’ imbarazzante parlare di un movimento oggi quasi di moda, per quanto effimera, che intanto si gode questo fuggevole momento di gloria prima di sprofondare di nuovo nei bassifondi caldi e bui da cui proviene, in cui si è probabile si trovi più a suo agio. I bluesmen hanno inventato senza volere una musica meravigliosa proprio (e anche) per sfogare le amarezze di una vita grama e squattrinata, dove per far festa bastava una armonica sfiatata o una chitarra scassata, e una bottiglia di alcool da quattro soldi era più o meno alla portata di tutti, come adesso. Si potrebbe disquisire all’infinito sull’influenza esercitata da questo genio generoso e malefico: l’alcool è sempre stato una importante fonte di ispirazione e confusione, causa ed effetto dell’esperienza artistica come il dio Shiva induista è allo stesso tempo distruttore ed artefice, simbolo contraddittorio di ascetismo e scatenata sensualità. In compenso di vil denaro se ne vede poco, e questa è una delle le poche incrollabili certezze, ma in fondo perchè lamentarsi più di tanto? I Colli non abbondano di gente arricchita a forza di musica, anzi il primo che ce la fa avrebbe il dovere morale di offrire un giro a un numero indeterminato di generosi dopolavoristi e misconosciuti agitatori culturali, di umili operai del blues e infaticabili collezionisti di nicchia, di geni incompresi anche da se stessi, di fanatici amanti dell’arte disoccupati e preoccupati. Non inquadrabili e non inquadrati, senza orario e senza bandiera, condannati come tanti Kowalski ad una eterna in fuga in avanti verso un personale e indefinito Punto Zero. Ma non dimentichiamo che accanto e dietro ai bluesmen c’erano e ci sono anche le blueswomen, infaticabili femmine guerriere fonte di tormento e gioia rivoluzionaria, che forniscono senza paga un contributo oscuro e prezioso; prec
 
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