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Editoriali
Qualche nota jazz
Scritto da Paolo   
Lunedì 15 Gennaio 2007 01:00
Il Friuli Venezia Giulia è una regione autonoma, una terra di confine, lontana dalle grandi metropoli. Spiagge, pianure, colline e monti posti nell’angolino a Nord Est d’Italia. Una regione con pochi abitanti Roba da sussidiario. Eppure il Friuli Venezia Giulia ha dato i natali a diversi jazzisti famosi non solo in tutta Italia ma in Europa e in diversi altri angoli del mondo. Questo e quanto segue non si trova sul sussidiario, almeno per il momento… I jazzisti del Friuli Venezia Giulia nei loro viaggi mostrano alle varie frontiere, come qualsiasi altro turista, i loro passaporti. In questi documenti è riportato il luogo di residenza, dove si legge: Gradisca di Sedegliano oppure Spilimbergo piuttosto che Staranzano. Magari non ci si pensa, ma è così! Non sono persone nate e cresciute a Roma o a Milano, in un ambiente culturale vivo e florido. Sono persone “di qua”, infatti, abitano a qualche chilometro da casa nostra. Vivono nei vari paesini della nostra regione: dalla bassa (Precenicco) per poi salire verso i monti (Osoppo), dalla provincia di Trieste a quella di Pordenone si trovano eccellenti jazzisti che hanno saputo imporsi nel mondo della musica improvvisata. Manca a noi – abitanti distratti del Friuli Venezia Giulia – la consapevolezza di quanto importanti siano questi artisti. “Nessun profeta in patria” è un detto che vale in modo particolare nella nostra regione. Forse ci è capitato di incontrarli in qualche osteria e di sentire alcune frasi indirizzate a loro. Frasi che non nascondono una certa malizia, magari dette al momento giusto cioè quando la persona in questione è uscita dal locale. Frasi che suonano più o meno così: “ah, si, quello fa il musicista, poveretto… non ha ancora trovato un lavoro!”. Per una certa mentalità tipica della nostra zona la musica non rientra nei canoni del lavoro. Un arte che, per alcune generazioni, è un semplice passatempo; di certo non una professione. È una questione di cultura del lavoro: quello con la L maiuscola è sinonimo di fatica, sudore della fronte, calli nelle mani e schiena rotta. Difficile riuscire a spiegare a chi la pensa in questo modo che anche il musicista suda, piega la schiena, studia per diverse ore al giorno, ovvero si guadagna il pane con il suo lavoro. Per ironia della sorte ci sono punti in comune tra le vecchie generazioni di emigranti – che dileggiano i musicisti professionisti – e i jazzisti nostrani. Nati in una terra lontana dai centri importanti della musica questi artisti hanno dovuto fare la valigia per lasciare casa e amici. Spinti dall’irrefrenabile bisogno che solo una forte passione riesce ad imprimere sono dovuti emigrare – alla stessa stregua dei nostri vecchi che cercavano “fortuna” all’estero – “sconfinando” hanno suonato, imparato, conosciuto artisti con cui collaborare. Se ne sono andati in qualche città italiana come Bologna o Milano, qualcuno se n’è andato nel Nord Europa in città dove la musica e il musicista ottengono una considerazione maggiore rispetto all’Italia. Altri ancora sono volati in America, in particolare negli Stati Uniti soprattutto per studiare, ma qualcuno si può vantare di aver dato concerti nella terra di Louis Armstrong. Un esempio è il riconoscimento ottenuto dalla raccolta di 12 Cd dell’udinese Andrea Centazzo che l’Associazione Americana Critici Jazz ha proclamato Best Box Set of 2006. C’è chi non è più tornato. Altri – la maggioranza – sono rincasati e hanno lavorato nella loro regione per creare un situazione diversa, migliore di quella che avevano lasciato. Il loro operato è da lodare in quanto hanno fatto del Friuli Venezia Giulia un centro importante per la musica jazz. È da ricordare il corso all’Istituto musicale “Città di Gorizia” che il pianista Glauco Venier ha tenuto per oltre dieci anni. Chi scrive ha il ricordo vivo delle ore di musica d’insieme che hanno poi generato la Big Band del Friuli Venezia Giulia. In seguito i diversi musicisti che la compongono hanno iniziano a farsi notare ne
 
L’amore al tempo degli indipendenti
Scritto da F.R.Luzzi   
Mercoledì 15 Novembre 2006 01:00

Una premessa: nel mio scaffale, l’album più vecchio che ho è dei Beatles e risale al 1970 - quattro anni prima che nascessi. Per la verità, non si tratta di discografia ufficiale del quartetto di Liverpool ma di una cassetta di marca sconosciuta [le EDIZIONI OK ?!] e, per dirla tutta, non è nemmeno un album vero e proprio ma una rac-colta apocrifa dei successi dal ‘62 al ‘66. Rileggo i titoli: “I Love her”, “Can’t buy me love”, “Love me do”.... c’è una ridondanza spaventosa di questa parola amore. Sicuramente non a caso, anni dopo, lo stesso McCartney in veste solista cantava qualcosa come «...tu pensi che la gente ne abbia abbastanza di stupide canzoni d’amore / ma io mi guardo intorno, e vedo che non è così...» (“Silly Love Songs”, per l’appunto). E’ forse l’amore motore universale, fonte inesauribile d’ispirazione nonché argomentazione nella musica? Per quel che mi riguarda, assolutamente si. Certo, è la scoperta dell’acqua calda. Ma aggiungo: mai come nello sce-nario indipendente l’amore muove ogni cosa. Voglio farvi qualche esempio in casa nostra, partendo dagli udinesi The Erotics, che all’amore hanno dedicato pure il proprio nome visto che ‘le canzoni parlano d’amore e vivono d’amore’. Indie, rock, lo-fi e flo-wer-pop ad alta contaminazione 60ies; Raniero Spinelli aka “Capitan Love” (...nulla si cita per caso...), leader e faber del terzetto, reduce da anni di terapia discografica beatlesiana, dichiara che George Harrison era il suo Beatles preferito. A parte le influenze, quello degli Erotics è un pop meraviglioso, con tanto gusto per la melodia che anche qualche rivista ‘del settore italiana’ è scesa dall’iperuranio e gli ha dedicato accorate recen-sioni. Ascoltatevi I’m only a fat clown e non ve ne meraviglierete. Poco più in là, zona Gorizia, qualcun altro scrive d’amore ma con sfumature meno sognanti: hanno un nome ambiguo ed un suono deciso, i Big Member, e qui siamo su un terreno che guarda tanto agli anni ‘60 (Velvet Underground) quanto agli ‘80 (Smiths). I found my love in a peep show è il ritornello che rima-ne in testa a tutti quelli che li ascoltano, e d’amore si parla anche in Everybody is in love with somebody else...inoltre, la cover di I’ll be your mirror è senz’altro la punta di diamante che rendono prezioso il loro album per la Smatz Records. Meno pop e più new-wave (anche nell’estetica - consiglio di non perdervi il loro spettacolo live) sono invece i triestini Butterfly Collectors: You turn me on e Open your eyes sono le love-hit della band nata per voler di Lorenzo Fragiacomo, leader degli storici Occhiospia, artista a 360° instancabile dal punto di vista della produzione discografica sul fronte italiano ed europeo, anche se praticamente sconosciuto in re-gione. E se girate ancora un po’ per i vicoli di Trieste andate a rintracciare due cantautori eccezionali. Il primo si chiama Stop The Wheel, art-name con cui Francesco Candura (bassista dei Jennifer Gentle) pubblica da solista sotto l’ala protettiva di un’importante etichetta italiana, la veneta Madcap. Bob Dylan, Nick Drake, Lou Barlow, questi sono i nomi affiliabili, nomi eccellenti che tuttavia si sprecano spesso per la maggior parte delle produzioni di stampo cantautorale-indie e non suggeriscono nulla del suo stile, molto personale e tutt’altro che stereotipato, dove la melodia è il piatto forte - ancora una volta - ma l’evoluzione della canzone è imprevedibile, esattamente ‘ciò che non ti aspetti succeda’ ma che non per questo rende la scrittura distante o di scarso impatto. Il tutto inserito in un suono autunnale, nordico e malinconico. Qualche titolo: Kate, Emo-tion are priceless e la delicatissima Storm (anche se non parla proprio d’amore ve la voglio segnala-re). Il secondo si chiama Cortex e al momento (a parte un demo autoprodotto, molto lo-fi con tanto di co-pertina fotocopiata) di lui è difficile ascoltare

 
Il primo editoriale
Scritto da Piero   
Venerdì 15 Settembre 2006 01:00
Il nuovo sito. Quasi non ci credo. Per voi, cari visitatori, che siete abituati ad entrare nel nostro portale magari per vedere che concerti ci sono nel prossimo fine settimana, o per dire la vostra sui forum, o magari addirittura per leggere ciò che scriviamo, forse in queste ultimi 6 anni è diventato normale avere a disposizione un sito di questo tipo, ma questa normalità è anche il frutto di molta passione. Eh si, se non ci fosse stata questa, probabilmente l'avventura “Musicologi” non sarebbe mai esistita. Sarà anche vero che la nostra associazione si è fatta conoscere anche attraverso corsi di musica, convegni, manifestazioni, e progetti realizzati, cose che spesso trovano un piccolo riscontro finanziario da parte di qualche ente pubblico o privato (li ringraziamo tutti quelli che hanno voluto credere in noi), ma credetemi: fare cultura costa sempre molta fatica, e di solito sono più il tempo, la benzina, le schede telefoniche che perdi rispetto a quello che in realtà guadagni. Per questo stento a crederci: nonostante tutto il volontariato e gli sforzi (lo stesso sito ha pochissima pubblicità, quasi nulla), siamo ancora qui e questa è già la seconda volta che cambiamo faccia a questo portale. Significa che ci crediamo ancora, no? Del resto, forse è il nostro modo di condividere gli sforzi di molti gruppi di questa regione: quanto impegno, quante ore di prove, quanti soldi per gli strumenti, quanti km per fare i concerti fanno i nostri gruppi, spesso per ricevere soltanto pochi euro che bastano a malapena a mantenere le spese? Tanti penso, eppure oggi possiamo dire che la nostra scena regionale è migliorata: sono sempre di più i nostri gruppi che riescono ad essere distribuiti fuori regione, che compaiono sulle riviste specializzate, che vanno ai concorsi internazionali, che finiscono in tv... Tanti, a fronte degli sforzi insiti nella scelta di fare il musicista. E per noi Musicologi, sapere di aver contribuito, magari anche in minima parte a questo, è la paga più grande, perchè era (e lo è ancora) proprio questo il fine della nostra avventura: promuovere la musica regionale. Oggi, molte cose stanno cambiando: ci sono sempre più momenti dedicati alla musica e al mondo giovanile, l'ho constatato proprio quest'estat'estate nella mia zona, l'Alto Friuli, che ha registrato numerose manifestazioni. Quello che conta è che tutto continui a nascere dalla voglia di creare e di esprimersi: le grandi scene rock sono sempre nate così. Lì sono nati i grandi gruppi, i grandi movimenti. E noi, in Friuli Venezia Giulia, non saremo San Francisco, Seattle o Londra, ma siamo tanti (io solo negli ultimi anni ho recensito più di 200 dischi regionali!) per una regione così piccola. Quindi l'augurio che ci facciamo è di continuare così, con la speranza che voi musicisti, appassionati, operatori musicali, etc. che ci visitate, continuiate a interagire con noi (se poi ci fosse qualche nuovo redattore sarebbe il massimo). Noi restiamo sempre indipendenti e continueremo a dire la nostra, così come permetteremo a voi di farlo. E per quanto ci riguarda, speriamo che questo sito riesca piano piano ad allargarsi e ad arrivare anche oltre il confine, in Slovenia e in Carinzia, dove ci sono scene altrettanto importanti come la nostra: qualche gruppo lo abbiamo chiamato la scorsa estate nella nostra Gemona proprio dalla Carinzia e dalla Slovenia. Speriamo di avere le forze ancora per allargare il ventaglio, sfruttando anche queste spinte europeiste sempre più presenti da un paio di anni nel nostro quotidiano: lo scambio artistico interculturale sarà certamente uno degli obiettivi dei prossimi anni, un modo per permettere alla nostra scena di confrontarsi con nuove realtà, un confronto che non può far altro che far crescere i nostri musicisti (molti di questi hanno di fatto già intrapreso questo percorso). Siamo ancora qui, e questo anche per merito vostro e di tutti quelli che in questi anni ci hanno dato una mano. Grazie.
 
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